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lunedì 18 luglio 2016

Le ceneri di Provenzano a Corleone, breve cerimonia in un cimitero blindato

Le ceneri di Provenzano a Corleone, breve cerimonia in un cimitero blindato
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 Il boss, morto lo scorso 13 luglio all'ospedale San Paolo di Milano, è stato cremato nella stessa città lombarda. Oggi il rientro nella città natale. Niente esequie pubbliche, come disposto dal questore
 Le ceneri di Provenzano a Corleone, breve cerimonia in un cimitero blindato
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L'urna con le ceneri del boss Bernardo Provenzano è stata inumata questa mattina nel cimitero di Corleone, nella tomba di famiglia. Per alcune ore la struttura è stata chiusa al pubblico e presidiata dalle forze dell'ordine, sia fuori dai cancelli sia tra i viali.
Il boss, morto lo scorso 13 luglio all'ospedale San Paolo di Milano, è stato cremato nella stessa città lombarda, come deciso dalla famiglia. Oggi il rientro nella città natale. Il questore aveva vietato funerali pubblici per ragioni di ordne pubblico e stamani è stata celebrata una breve cerimonia a cui hanno partecipato solamente la moglie Saveria Palazzolo, i figli Angelo e Francesco Paolo e una ventina di familiari. Un frate francescano ha recitato una breve preghiera tratta dal Vangelo di Giovanni.
Le decisoni sulla sepoltura di Provenzano avevano generato un'aspra polemica nei giorni scorsi. Al divieto di funerali pubblici aveva "risposto" l'arcivescovo di Monreale Michele Pennisi, per il quale "Una preghiera e la possibilità del perdono non si negano a nessuno". Contraria all'idea del "ritorno" a Corleone anche il sindaco della cittadina. "Qui -  ha ricordato - riposano anche personaggi come Placito Rizzotto".
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lunedì 19 gennaio 2015

Totò Riina dal carcere:fatemi uscire,salverò l'Europa dal terrorismo.

Riina Salvatore,meglio conosciuto come Totò u curto, ha chiesto e ottenuto di essere intervistato dal giornalista Michele Raimondi,per discutere e fronteggiare il problema dell'Isis. -“L’Isis è una struttura di criminalità organizzata, una di quelle destinate ad avere un fine. Le mafie italiane, invece, come ''Cosanostra'' ,sono destinate a durare con queste regole, perché vivono del consenso popolare e non sono quindi un corpo estraneo alla società”. Io personalmente,non condivido il fatto che questa società organizzata,ISIS,deve mettere timore al nostro stato,per questo sono pronto a scagliarmi contro di essi,e con me tutte le mie truppe.Dal carcere è difficile comadare,si dice che nessuo c'è mai riuscito,ma Totò Riina è Totò Riina,fatemi uscire e caccierò via questa gentaglia dal nostro territorio.Ci tengo a pecisare che la mafia e l'unico timore per l'isis.-queste le parole dichiarate da Totò Riina nell'intervista fatta ieri pomeriggio. Riina ha poi aggiunto che il rischio peggiore corre in Sicilia,vista la falicità che hanno i naufraghi ad entrare nell'isola.Lampedusa è una via libera per loro.

mercoledì 24 settembre 2014

"I Riina sui i terreni della Chiesa" I boss e il feudo della Curia





L'inchiesta che ieri ha portato in carcere cinque presunti boss ricostruisce la vicenda di una mafia antica. Cosa nostra si sarebbe arrogata il diritto di comandare sulle terre attorno al santuario della Madonna di Tagliavia, nel Palermitano

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PALERMO - Totò Riina dettava legge su tutto e tutti. Ogni decisione doveva passare dal capo dei capi. Era il padrino a decidere persino quali animali dovessero pascolare sui terreni del Corleonese. E non importa che i terreni non fossero suoi. Sorprendente, però, è il fatto che appartenessero, allora come oggi, alla Chiesa.
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Il blitz dei carabinieri del Gruppo Monreale, che ieri ha portato in carcere cinque presunti boss di Corleone e Palazzo Adriano, racconta anche la vicenda di una mafia antica. Rurale. Una mafia che si sarebbe arrogata il diritto di comandare su un immenso appezzamento di terreno - 84 ettari - attorno al santuario di Maria Santissima del Rosario di Tagliavia. E i diritti, sul solco di una tradizione feudale, non si perdono mai. Si tramandano. Figuriamoci se c'è di mezzo uno come Totò Riina. I terreni, poco distanti da Ficuzza e lungo la strada che conduce a Corleone, sono intestati alla Mensa arcivescovile di Monreale e alla Parrocchia Santa Maria del Rosario. Alla luce di quanto emergerebbe ora assumono ulteriore peso le intercettazioni in carcere, ad Opera, nel corso delle quali il boss lasciava intendere di essere in possesso di un un tesoro ancora nascosto, composto anche e soprattutto da chissà quanti appezzamenti di terreno.

Le microspie hanno captato la controversia fra Rosario Lo Bue e Antonino Di Marco sulla gestione del pascolo. Lo Bue, classe 1953, è un nome noto alle cronache giudiziarie. Nei giorni del blitz Perseo - dicembre 2008 - veniva indicato come il nuovo capo mandamento di Corleone. Da quel mega processo uscì assolto perché le intercettazioni che lo riguardavano furono dichiarate inutilizzabili. Il 3 gennaio 2012 Di Marco, arrestato ieri, raccontava a Nicola Parrino, pure lui in manette, che erano sorti contrasti fra Leoluca Lo Bue, figlio di Rosario, e Vincenzo Di Marco, fratello di Antonino. Anche Vincenzo non è un nome nuovo alle cronache: fu arrestato all'indomani della cattura di Totò Riina, di cui favoriva la latitanza.

Pochi mesi dopo della questione terreni parlavano Di Marco e il nipote Francesco. E veniva a galla l'interesse di cognomi pesanti: Giuseppe Salvatore Riina, Ninetta Bagarella e Franco Grizzaffi. Sono il figlio, la moglie e il nipote del capo dei capi. Dalla conversazione fra i Di Marco, zio e nipote, saltava fuori che i terreni sarebbero utilizzati da Francesco, ma Leoluca Lo Bue vi pascolerebbe gli animali vantando antichi diritti. Eppure sembrerebbe che i Di Marco avessero il benestare proprio dal padrino corleonese.

Antonino Di Marco informava il nipote di aver incontrato “Franco” a cui avrebbe chiesto un parere. “Franco” gli avrebbe consigliato di parlarne con ”Rosario”. Da “Rosario” Di Marco avrebbe poi appreso che della questione erano stati informati “Salvuccio", "la signora" e "Franco”. Che vengono identificati in Giuseppe Salvatore Riina, che ha finito di scontare la condanna per mafia (Di Marco avrebbe fatto pure un esplicito riferimento alla partenza di Salvuccio, che da tempo si è trasferito a vivere a Padova), Ninetta Bagarella, moglie di Riina, e Francesco Grizzaffi, nipote del padrino, arrestato, condannato per mafia, scarcerato nel 2012 e sorvegliato speciale. Grizzaffi è anche cognato di Rosario Lo Bue, visto che hanno sposato due sorelle.

Lo Bue si era detto disponibile a garantire anche i diritti di Salvuccio, Ninetta e Franco, ma si era beccato i rimbrotti di Di Marco per non essere riuscito a trasmettere al figlio l'educazione dei "vecchi". Le incomprensioni sui terreni, a suo dire, nascevano dalla contemporanea assenza di Bernardo Provenzano (“Binnu”), Salvatore Riina (“Totò”), Leoluca Bagarella (“Luca”) e Giovanni Grizzaffi, altro nipote di Riina. Alla fine Lo Bue avrebbe fatto un passo indietro, lasciando il diritto di comandare sulle terre a Di Marco, nonostante, diceva, Giuseppe Salvatore Riina, ritenesse sbagliata l'antica scelta di impedire ai Lo Bue l’utilizzo di quelle terre. Terre che non appartenevano, allora come oggi, ai mafiosi ma alla curia di Monreale. Un caso che rischia di non essere isolato e su cui si stanno concetrando il procuratore aggiunto Leonardo Agueci e i sostituti Sergio Demontis e Caterina Malagoli. 

martedì 23 settembre 2014

blitz a corleone arrestato il nuovo capomafia insospettabile dipendente comunale e fedelissimo di riina

Antonino Di Marco gestiva appalti in provincia e terreni della Curia di Monreale. I carabinieri l'hanno intercettato mentre entra nella segreteria politica del deputato regionale Nino Dina. E nel suo covo dava lezioni di mafia ai più giovani: "C'è bisogno di serietà, educazione e rispetto". Fermate cinque persone 


Totò Riina, il capo di Cosa nostra rinchiuso al 41 bis, poteva contare ancora su un gruppo di fedelissimi nella sua Corleone. Il più autorevole era l'insospettabile custode del campo sportivo, Antonino Di Marco, 58 anni: il suo ufficio di dipendente comunale era diventato un covo perfetto per i summit. Lì si discuteva di appalti, estorsioni e campagne elettorali. E nessuno sospettava che quella stanza fosse intercettata 24 ore su 24 da telecamere e microspie piazzate di nascosto dai carabinieri della Compagnia di Corleone. Così, per mesi, i fedelissimi di Riina sono finiti dentro un "grande fratello" che ha svelato molti dei loro segreti. E all'alba sei persone sono state arrestate sulla base di un provvedimento di fermo emesso dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Sergio Demontis, Caterina Malagoli e dal procuratore reggente Leonardo Agueci. 

lunedì 1 settembre 2014

MAFIA : Riina conferma Brusca

Riina conferma Brusca

Escusso dagli avvocati difensori in sede di esame, il primo ottobre 1999, al processo stralcio per le bombe del ‘93, Salvatore Riina, benché dichiaratosi innocente, fornisce la sua sorprendente versione sulla trattativa e sulla strategia stragista. La riportiamo fedelmente:

Riina: Mah, signor avvocato, io mi dichiaro innocente, perché sono innocente, perché io mi trovavo al carcere di Roma, arrestato, in isolamento e quindi io sono stato carcerato quando sono successi queste cose, di Firenze, delle chiese di Roma, di Milano quindi io sono innocente.
Avv: Quindi signor Riina, lei di queste stragi che cosa ne sa? Nemmeno per sentito dire? 
Riina: Ma niente perché, avvocato, mi trovavo in uno Stato per qualche sette, otto mesi, sette mesi circa che non avevo... ne autorizzato ne ai giornali ne alla televisione, ne cose,  quindi mi sono venuto a trovare in mancanza di notizie, totale, totale, cioè completamente. ... Quindi purtroppo era nel buio, viveva nel buio.
Non so niente.
Avv: Certo, signor Riina però, sono passati dal ‘93 circa sei anni, quindi lei avrà avuto modo di farsi un’idea di quello che sono state queste stragi. Lei ha notizie dirette o indirette se eventualmente in queste stragi abbiano avuto un campo importante alcuni soggetti tipo la massoneria, tipo i servizi segreti, tipo forze politiche?

Riina: Ma io le posso dire, mi sono fatto la mia convinzione perché ho letto... c’è il signor Brusca e il signor, è morto, un certo, non lo so quello al carcere di Rebibbia che avevano contatti con un certo Bellini. E questo Bellini, mi pare che è dei servizi segreti, di altre cose, non so. Però dietro sti Bellini, chi c’è, chi non c’è, chi c’è? Ci sono i servizi segreti? C’è la massoneria? Io questo posso dirci che ho appreso. Perché questo Bellini che si conosce con questo che lì è morto a Rebibbia e Giovanni Brusca che se li ascoltava in casa di questo lì ad Altofonte..., ma cosa c’era dietro di loro, dietro di questi? Questo so e questo gli posso dire. Cioè so per averlo appreso dei giornali, dei verbali, nelle televisioni, ma più che altro nei verbali.
Si parla di quadri, si parla di questo, si parla di questo Bellini, Bellini che era mandato in Sicilia. Ma chi lo mandò in Sicilia a Bellini? Eh.
E andò a trovare a Gioé. E Gioè, ... ora poi quando ci conviene è Riina, Riina, io all’oscuro di tutte queste cose, Riina era tenuto in una situazione che lo possono dire solo le guardie penitenziarie addette a me a Palermo e a Roma come ero tenuto io...
... Avvocato mio, io a volte mi domando, io, in questo processo come ci entro? Come ci traso? Questo è un altro processo come quello che mi hanno fatto a Reggio Calabria, né più né meno.

Riina spiega poi, su quesito dell’avvocato, il suo stato di massima sorveglianza in carcere e nega di conoscere il suo coimputato a processo Giuseppe Graviano adducendo alla cospicua differenza di età. 
Il Pubblico Ministero poi lo controinterroga su quanto appena dichiarato, in particolare sulla sua idea delle stragi che va a coincidere perfettamente con quella di Brusca.
Se all’inizio il boss di schermisce ripetendo la sua conoscenza dei fatti solo grazie all’ascolto degli interrogatori, così risponde alla domanda del pm circa la veridicità di quanto testimoniato dal Brusca:
(...) Avv: Quindi io le sto facendo questa domanda, caro signor Riina, perché lei ha detto che si era fatto questa idea (quella del Brusca ndr.) che era l’idea giusta.
Riina: Mah io dico, no giusta, troppo giusta.
Avv: Prego? Quindi la ritiene giusta?
Riina: Ma io penso che è troppo giusta.
Avv: Troppo giusta, perfetto, quindi va benissimo.

MAFIA : Riina: sono stato consegnato

E intanto i Graviano chiedono se la Cappella Sistina è così importante

Le motivazioni delle sentenze delle stragi di Capaci, Via D’Amelio e per le bombe del 1993 non lasciano spazio al minimo dubbio. Parti dello Stato italiano, in ginocchio dopo il brutale, violento e ripetuto attacco frontale di Cosa Nostra, avvenuto a cavallo degli anni ‘92 e ‘93, hanno trattato con i mafiosi. Le modalità, le finalità, i confini e i compromessi con cui si sono sviluppati i colloqui tra le istituzioni e i rappresentanti dell’organizzazione criminale sono stati delineati nelle ricostruzioni fornite da più collaboratori di giustizia e dagli stessi uomini dello Stato coinvolti. Tuttavia, come sempre, i lati oscuri sono diversi e lasciano intravedere un quadro molto più inquietante di quanto appaia quello esplicito. E’ per questo motivo che le procure di Palermo e Caltanissetta hanno aperto un’inchiesta sulla trattativa tra Mafia e Stato.

Tredicesima  parte
di Anna Petrozzi

«Indagate sulla mia cattura». Con questa richiesta al Presidente De Giorgio, il capo di Cosa Nostra Salvatore Riina ha interrotto il suo lungo silenzio. Chiede alla Corte, prima di giudicarlo assieme a Giuseppe Graviano nel processo stralcio per il fallito attentato all’Olimpico del 31 ottobre del 1993, di investigare su una sorta di presunta trattativa nella quale sarebbe stato scambiato.
«Volevo dire, Signor Presidente, che io sono stato arrestato il 1993, 15 gennaio di mattina. Ma sei giorni prima di essere arrestato c’è stato il Ministro Mancino che era Ministro degli Interni che ha rilasciato delle dichiarazione alla televisione, al Giornale di Sicilia, dove diceva in questi giorni arrestiamo Riina. In sei giorni l’ha fatta due volte questa dichiarazione, quindi si vede che aveva già le trattative per cui era sicuro che ci dovevano consegnare, interesse di consegnarmi alla Polizia». 
Chi lo avrebbe consegnato, però, non lo dice. Se è vero come è vero che i mafiosi non parlano mai senza un fine preciso, a chi è indirizzato questo nuovo messaggio?
Solo a Provenzano o anche ad altri?
Infatti il boss ha proseguito nel suo italiano stentato: «... poi viene fuori che c’è un certo Di Carlo di Altofonte nel carcere di Inghilterra che si pente e comincia a fare delle dichiarazioni... Il De Carlo dice che è stato avvisionato lì in Inghilterra dei servizi segreti inglesi, dei servizi segreti americani e delle servizi segreti [israeliani] dove ci chiedevano aiuto per potere fare male a qualcuno. Allora lui essendo lì al carcere che era per droga lì in Inghilterra non ci voleva dare nessun aiuto ma ci ha dato lo... riferente, un suo cugino di Altofonte, un certo Nino Gioè che poi vediamo dove è andato a finire questo Gioè... ».
La storia giudiziaria ricostruita in dieci anni di processi per le stragi del ‘92 e del ‘93 ha accertato che una parte della trattativa venne portata avanti proprio da Nino Gioè, morto «suicida» in carcere, il quale venne contattato da un misterioso faccendiere implicato in traffico di opere d’arte che gli spiegò, con una frase sibillina, che un giudice morto si può rimpiazzare, mentre le opere d’arte sono un patrimonio inestimabile e insostituibile per lo Stato. A questa conversazione aveva assistito Giovanni Brusca, come ha personalmente riferito, che per non farsi vedere dal Bellini si era nascosto in un solaio da dove poteva ascoltare indisturbato. Quindi, ha proseguito nella sua arringa difensiva il boss corleonese, «a questo punto, Signor presidente, io questo Bellini me lo trovo a mezzi piedi con i servizi segreti perché era manovrato di concordi del colonnello dei Carabineri, quello che c’è tra le Belle Arti, e questo amico del generale oggi... [...] Bellini, Gioè, servizi segreti, ma che cosa c’è , che cosa ci traffico dei fatti di Firenze...?».
Il riferimento è al Maresciallo Roberto Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri, che ingaggiò una trattativa con Bellini al fine di recuperare dei quadri rubati alla pinacoteca di Modena. Il faccendiere rilanciò dicendo di potersi infiltrare nella mafia siciliana, grazie proprio all’amicizia stretta con Gioè in carcere,  e ritrovare opere di ancor maggior valore. In cambio, però, Cosa Nostra esigeva gli arresti ospedalieri per alcuni boss già sottoposti al 41bis tra cui Bernardo Brusca. Affare che a quanto pare non andò in porto, ma che, come ha spiegato Giovanni Brusca, diede l’idea per colpire alcuni dei maggiori luoghi d’arte italiani.
Tutto ciò proverebbe per Riina la sua piena innocenza poiché lui al tempo si trovava detenuto in isolamento totale, «non avevo televisione perché non mi era concesso, io non avevo giornale perché non mi si era concesso, i primi tre mesi, quattro mesi non ho fatto colloqui, con la famiglia...».
E conclude con un accorato invito. «Signor Presidente, la pregherei di approfondire queste cose, di tener presente queste dichiarazioni di Mancino, queste dichiarazioni di Mancino, queste dichiarazioni di Bellini, questi incontri con Gioè... certamente Gioè non parla perché Gioè dopo due-tre mesi che era al carcere di Rebibbia ha dovuto morire, come è morto non lo so...». 
A parte la secca smentita dell’onorevole Mancino che ha dichiarato di aver risposto in quel modo più per auspicio che per dati certi, resta da decifrare l’intento di Riina. 
Di sicuro Provenzano avrà interpretato il suo compare meglio di chiunque altro soprattutto quel riferimento alla consegna, ma forse non occorre essere mafiosi per capire che il boss è stufo di essere abbandonato nel dimenticatoio e richiama all’attenzione tutti coloro che sono stati suoi interlocutori, i destinatari del «papello» che ora «babbiano» e per convergenza di interessi con la Cosa Nostra libera, traggono maggior vantaggio nel lasciare inascoltate le richieste dei boss al 41 bis.
Ma c’è un particolare metodologico che non può essere trascurato. I capi mafiosi sono sempre capi anche in carcere e sanno come impartire gli ordini anche attraverso dichiarazioni spontanee come queste. Si vedano i recenti proclami di Pietro Aglieri, di Leoluca Bagarella e dei Graviano. Non va dimenticato che Matteo Messina Denaro è sempre stato uno dei massimi referenti di Riina ed è latitante, potentissimo, giovane e spietato. Non ci impiegherebbe molto a mettere a ferro e fuoco altri luoghi artistici d’Italia.
E mentre la Dia lancia l’allarme, sono state ritrovate dall’amministrazione del DAP due lettere scritte dai fratelli Graviano a Fifetto Cannella, tutti rigorosamente stragisti, nelle quali si fa riferimento più volte al Milan, e alla Cappella Sistina di cui i due mafiosi di Brancaccio ignorano la reale importanza e quindi chiedono conferma.
Gli inquirenti sono già al lavoro per decifrare il linguaggio criptico dei mafiosi, speriamo che, vista la quasi totale mancanza di attenzione al riguardo da parte delle istituzioni e dei media, non ci si ritrovi ancora una volta a piangere eroi o martiri innocenti, proprio quest’anno che ricorre il decennale delle stragi in continente. 


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Nicolosi e Chelazzi:

«E’ tutto abbastanza chiaro»

Non appena appreso delle dichiarazioni spontanee di Riina abbiamo raggiunto telefonicamente i procuratori Giuseppe Nicolosi, pm al processo in questione e Gabriele Chelazzi, poco tempo prima che lasciasse questa vita.
«Premetto - ci ha detto Nicolosi - che le dichiarazioni spontanee del Riina sono state rese nel momento in cui la Corte di Assise di Firenze si accingeva a emettere l’ordinanza per l’acquisizione delle prove. E in sostanza hanno ricalcato le richieste di prove avanzate dal suo difensore che non era presente, quindi lui ha ritenuto di ribadirle. Dato il mio ruolo prendo atto di queste esternazioni che sono abbastanza esplicite, ma su quello che abbia voluto fare anch’io ho le mie idee, ma preferisco non dirle.
[...] Ci troviamo davanti a persone che si difendono attraverso messaggi. Una difesa basata su un doppio profilo di ostentazione da una parte e di chiusura dall’altra, contestualmente, poi, all’insostenibilità di tesi incredibili, anche a dispetto di qualsiasi minimo senso logico. E poi c’è tutta una comunicazione trasversale che però non mi sento di commentare. Le idee che possiamo avere su questi messaggi, se sono tali, ce le teniamo per coltivare altre ipotesi».
«Ritengo - ha invece spiegato Chelazzi - che quelle di Riina siano una replica delle dichiarazioni di quattro anni fa. La Corte di Assise dell’epoca non ritenne che questa affermazione provasse qualche cosa a discolpa di Riina, prevalsero infatti gli argomenti che attestavano e attestano quella strategia che era iniziata prima dell’arresto di Riina su sua direttiva. Oggi ha voluto aggiungere la postilla delle parole di Mancino per riferirsi ad un’ipotetica trattativa. Il termine «trattativa» è assolutamente improprio. Per il resto mi sembra che le carte siano tutte sul tavolo, quindi non c’è bisogno di almanaccare su quanto si presenta abbastanza chiaro». L.B.

martedì 22 luglio 2014

Il boss dei boss Totò Riina: "Intercettavamo Borsellino"

Fu lui ad azionare il telecomando dell'esplosivo in via D'Amelio

 

 

La mafia teneva sotto controllo il telefono del giudice Paolo Borsellino o dei suoi familiari. Lo ha rivelato, parlando a un compagno di carcere, Totò Riina. "Sapevamo - ha detto il boss di Cosa Nostra in una conversazione intercettata dagli investigatori - che doveva andare là perché lui gli ha detto: 'domani mamma vengo'".

 

 

 


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Foto Ansa
"Il fatto che è collegato là è un colpo geniale proprio. Perché siccome là era difficile stare sul posto per attivarla... Ma lui l'attiva lo stesso", commenta Lorusso il 29 agosto del 2013. Il boss detenuto racconta di avere cercato di uccidere Borsellino per anni. "Una vita ci ho combattuto - dice - una vita... La' a Marsala (il magistrato lavorava a Marsala ndr)".

"Ma chi glielo dice a lui di andare a suonare?" si chiede Riina. "Ma lui perche' non si fa dare le chiavi da sua madre e apre", aggiunge confermando che a innescare l'esplosione sarebbe stato il telecomando piazzato nel citofono dello stabile della madre del magistrato in via D'Amelio. "Minchia - racconta - lui va a suonare a sua madre dove gli abbiamo messo la bomba. Lui va a suonare e si spara la bomba lui stesso. E' troppo forte questa".

Secondo gli inquirenti Cosa nostra avrebbe predisposto una sorta di triangolazione: un primo telecomando avrebbe attivato la trasmittente, poi suonando al citofono il magistrato stesso avrebbe inviato alla ricevente, piazzata nell'autobomba, l'impulso che avrebbe innescato l'esplosione.

La tecnica, per i magistrati, sarebbe analoga a quella usata per l'attentato al rapido 904 per cui Riina e' stato recentemente rinviato a giudizio come mandante. Questo genere di innesco si renderebbe necessario quando è pericoloso o impossibile per chi deve agire restare nei pressi del luogo dell'esplosione.

 

mercoledì 16 luglio 2014

Confessione choc a Corleone Ritrovato cadavere nascosto per 2 anni

Per quasi due anni una badante ha tenuto il segreto per continuare a incassare la pensione di un anziano. Ieri è crollata. Ha chiamato un legale e ha raccontato la macabra storia. I poliziotti hanno ritrovato il corpo nelle campagne in contrada Piano di Corte. La posizione della donna ora è al vaglio della procura di Termini Imerese, che ha disposto l'autopsia sul cadavere

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Il luogo del ritrovamento del cadavere a Corleone
CORLEONE - Il macabro racconto era vero. Il cadavere dell'anziano è stato trovato sepolto in campagna. Giaceva dentro una buca profonda non più di trentina di centimetri. Disagio sociale, miseria, solitudine. C'è tutto questo nell'incredibile storia il cui epilogo è stato scritto stamattina. I poliziotti del commissariato di Corleone hanno ritrovato il corpo di Antonino Cutrò, 87 anni, in contrada Piano di Corte, laddove la sua badante ha confessato e indicato di averlo seppellito. Per quasi due anni ha tenuto il segreto per continuare a incassare la pensione. Ieri è crollata. Ha chiamato un legale e ha raccontato la macabra storia. È stato l'avvocato Antonino Di Lorenzo ad avvertire subito la polizia. La vicenda è passata in mano alla Procura di Termini Imerese che dovrà valutare la posizione della donna. Nel frattempo, per decisione della Procura, sarà effettuata l'autopsia sul corpo per accertare le reali cause della morte di Cutrò e soltanto dopo verrà data una degna sepoltura al cadavere. C'è, infatti, una concomitanza sospetta. I polziotti, ieri pomeriggio, avvertiti da qualcuno che aveva finalmente notato l'assenza dell'anziano, erano andati a bussare alla porta della donna. Che si era giustificata, dicendo che l'uomo non abitava più con lei.

Vent'anni fa l'uomo, che tutti chiamavano lo zio Ciccio, si trasferisce da Bivona, nell'agrigentino, a Corleone. E conosce Maria Antonietta Di Mattia, di trentasette anni più giovane di lui. È una ragazza che si prende cura di diversi anziani del paese in provincia di Palermo. Vive una condizione economica disagiata e si dà da fare. Alla fine l'uomo si trasferisce nell'abitazione di lei, in una casa popolare.

La vita scorre normale per vent'anni. Nel novembre 2012 accade quello che la donna solo ieri ha trovato la forza di raccontare. Era rientrata in casa e aveva trovato l'uomo, all'epoca ottantacinquenne, morto. Una morte naturale, assicura lei. A quel punto ha messo in atto il suo lucido piano. Ha nascosto il corpo dentro un grosso sacco della spazzatura. Lo ha caricato in macchina e trasportato per due chilometri, fino al luogo in cui lo ha sepolto. Si tratta di un piccolo terreno di sua proprietà. Da allora ha incassato la pensione sociale dell'anziano erogata regolarmente dall'Inps. 



Al penalista la donna ieri ha raccontato il dramma per un peso divenuto insopportabile. Si è sentita di fronte a un bivio: togliersi la vita o raccontare tutto. E ha scelto l'avvocato Di Lorenzo per definirsi "pentita di ciò che ho fatto e pronta a restituire il denaro". Il legale ha contattato il commissariato di polizia. Oggi preferisce mantenere il riserbo sulla vicenda, visto che è stata giustamente coinvolta la Procura di Termini Imerese e ci sono indagini in corso. Si limita a dire che "si tratta di una storia sconvolgente che fa emergere l'esistenza di un forte degrado sociale". E trova nella confessione della donna "una chiave, l'univa, di lettura positiva in una terra dove in passato la denuncia, qualunque essa fosse, era impensabile".

Resta il dramma della solitudine. Di un anziano morto da quasi due anni e che nessuno, pare avesse dei parenti, dal novembre 2012 ha mai cercato.

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