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giovedì 22 marzo 2018

Guardian: Facebook passò a Kogan dati su 57 miliardi di connessioni

Lʼuomo al centro dello scandalo sullʼutilizzo illecito di dati avrebbe avuto una stretta collaborazione con il colosso di Zuckerberg. Dal social tentano di ridimensionare la cosa, ma i numeri mostrano altro.


Scricchiola il tentativo di Facebook di scaricare Aleksandr Kogan. Il ricercatore è al centro dello scandalo sulla raccolta dei dati di 50 milioni di utenti poi passati alla società di consulenza Cambridge Analytica che li avrebbe utilizzati per propaganda politica. Secondo il quotidiano britannico Guardian, i rapporti erano di tale fiducia che nel 2011 Facebook trasmise a Kogan dati aggregati su ben 57 miliardi di "connessioni" sul social network.

Guardian: Facebook passò a Kogan dati su 57 miliardi di connessioni

La rivelazione fa impressione, almeno numericamente, per la dimensione della collaborazione "storica" fra Kogan e Facebook. Il ricercatore americano, figlio d'immigrati della Moldavia sovietica, ottenne di fatto accesso ai dati - seppure in forma aggregata e anonima - di "tutti i rapporti amicizia stabiliti sul social network nel 2011 in tutti i Paesi del mondo". Una montagna d'indicazioni che il giovane accademico dell'Università di Cambridge - impegnato in ricerche sui meccanismi della psicologia collettiva - utilizzò per uno studio internazionale pubblicato poi nel 2015 dall'ateneo inglese in collaborazione con ricercatori delle università americane di Harvard e Berkeley sul tema "Personality and Individual Differences".

Studio che Kogan - il quale allora si firmava Aleksandr Spectre, dal cognome di sua moglie - firmò fra gli altri con due ricercatori della stessa Facebook. Non solo: nel comunicato stampa di presentazione Cambridge annunciava il lavoro come un "primo frutto della collaborazione di ricerca fra il laboratorio di Spectre e Facebook".

Christine Chen, portavoce dell'azienda di Zuckerberg, ha tentato di ridimensionare la cosa. Interpellata dal Guardian, ha sottolineato che che quei dati erano "letteralmente numeri", senza "informazioni personali identificabili". Ma per Jonathan Albright, research director del Tow Center for Digital Journalism, "non è comune che Facebook condivida una simile mole di dati": dunque si tratta del segno d'uno stretto rapporto di "partnership di fiducia con Aleksandr Kogan/Spectre".

FONTE:  http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/guardian-facebook-passo-a-kogan-dati-su-57-miliardi-di-connessioni_3129969-201802a.shtml

domenica 3 dicembre 2017

Giga illimitati

⚠️ Questa guida non funziona con tutti gli operatori, solo sul 70% di essi) ma funziona sia su Android che su iOS

🌀In quanti finiscono i Giga ma vogliono comunque navigare su internet?

Beh da oggi scoprirete come farlo GRATUITAMENTE.

L'unica cosa di cui noi necessitiamo è un proxy (TunnelBear, Hostpot Shield, ce ne sono tantissimi sullo store).
Una volta scaricato, avviatelo e connettetevi ad un proxy NON ITALIANO.
Se avete vodafone, connettetevi ad un proxy esterno all'europa dato che vodafone ha copertura a livello europeo.

Questo procedimento si basa sul fatto che molti operatori hanno il contatore di GB esterno, in poche parole quando navigate inviate dei dati che si sommano. Inviando quei dati ad un gestore casuale, non li accetterà e non vi scalerà neanche un mega.

VANTAGGI
     Internet Illimitato.

SVANTAGGI
     Potreste non andare alla velocità di un 4G o H+ ma comunque è garantita la velocità standard 3G e H.

⚠️ATTENZIONE⚠️
HackingHelp non si assume nessuna responsabilità di ciò che farete.

mercoledì 4 maggio 2016

La doppia vita di Pino Maniaci: dalla lotta alla mafia alle estorsioni

Il direttore di Tele Jato era un paladino della legalità, accusatore di magistrati per la gestione dei beni confiscati. Ricattava i sindaci per far assumere la sua amante

 PALERMO - I cani glieli avrebbe impiccati il marito della sua amante. E per fare lavorare la stessa signora nel Comune di Borgetto avrebbe ricattato sindaco e consiglieri. Sarebbe questa la verità di una classica estorsione e di una storia di «femmine» maturate fra le pieghe di un impegno antimafia che ha visto per anni nei panni di un inflessibile paladino il direttore della piccola e combattiva emittente di Partinico, Pino Maniaci. Lo stesso implacabile accusatore di magistrati e amministratori finiti a Palermo sotto inchiesta per la gestione dei beni confiscati. A cominciare dalla ex presidente della sezione misure di prevenzione Silvana Saguto, intercettata a maggio dell’anno scorso con il prefetto: «Quando matura la cosa di Maniaci...?».

 

La truffa del «pubblicista»
Stavolta le intercettazioni sono tutte a carico di quest’altro simbolo dell’antimafia che cade sotto il sospetto di essersi inventato una parte delle intimidazioni mafiose. Una parte. Non dimentichiamo lo sfogo del boss di Partinico, Vito Vitale, soprannominato Fardazza, intercettato qualche anno fa in carcere a Torino: «Sta televisione si sta allargando troppo». Anche questo tassello deve aver pesato nel 2009 quando il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia iscrisse come «pubblicista» d’ufficio Maniaci, editore e conduttore del Tg di TeleJato, nonostante i suoi precedenti penali: furto, assegni a vuoto, truffa, omissione di atti d’ufficio. Tutto considerato ininfluente e cancellato dal rinnovato impegno antimafia.
Divieto di soggiorno
Conteso da tutte le scuole italiane per raccontare la sua vita, le continue presunte minacce ricevute e la storia dei Cento passi di Peppino Impastato, modello al quale si ispirava, Maniaci adesso non potrà nemmeno soggiornare nel suo paese accusato di estorsione «per aver ricevuto somme di denaro e agevolazioni dai sindaci di Partinico e Borgetto onde evitare commenti critici sull’operato delle amministrazioni». Si tratta però di «cifre ridicole», come le ha definite lo stesso Maniaci la scorsa settimana, intervistato in Tv dalle Iene. Di volta in volta avrebbe «strappato» al sindaco di Borgetto e ad altri personaggi politici locali poche centinaia di euro, «pezzi da 100 o 150 euro». Il sindaco di Partinico Salvatore Lo Biundo e i suoi consiglieri si sarebbero addirittura autotassati pur di pagare lo stipendio all’amante di Maniaci, dopo un corso trimestrale non rinnovabile. E questo sempre per il timore di ricatti. Accusa pesantissima di un’inchiesta condotta dai carabinieri di Monreale e Partinico, sotto il diretto controllo del procuratore Francesco Lo Voi, dell’aggiunto Vittorio Teresi e dei sostituti Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi e Roberto Tartaglia.
Caduta e vendetta
Una squadra di magistrati al completo proprio per le ovvie ripercussioni che la notizia può determinare all’interno di un pianeta antimafia che vede ormai cadere i suoi simboli uno dopo l’altro. Dal presidente della Camera di commercio Roberto Helg alle inchieste tutte da definire contro il presidente di Confindustria Antonello Montante e del vice presidente nazionale di viale dell’Astronomia Ivan lo Bello, inciampato nella storiaccia del porto di Augusta con il compagno della dimissionaria ministra Guidi. Nel caso di Maniaci le voci delle scorse settimane erano state clamorosamente smentite dallo stesso direttore parlando di una «vendetta» covata fra i magistrati dopo le accuse alla Saguto.
Solidarietà e onnipotenza
Le intercettazioni a suo carico sarebbero però precedenti al cosiddetto «caso Saguto» ufficialmente esploso solo nel maggio 2015. Ma è anche vero che Maniaci le sue battaglie (fondate) sulla gestione dei beni confiscati le cominciò un anno prima. Quando anche il prefetto Giuseppe Caruso denunciò gli stessi imbrogli. A prima vista sembra però che quelle denunce e le presunte estorsioni procedano su due linee parallele. Con un solo punto di incontro: l’amante e il marito tradito, disposto a impiccare due cani e bruciare l’auto di Maniaci. Storia dello scorso dicembre, quando su Tele Jato rimbalzarono le solidarietà di mezzo mondo e la telefonata di Renzi della quale parlava, ignaro di essere intercettato, il direttore-simbolo, travolto da un delirio di onnipotenza: «Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione... Ora tutti, tutti in fibrillazione sono, pensa che mi ha telefonato quello stronzo di Renzi».

 fonte: http://www.corriere.it/

domenica 5 luglio 2015

San Giuseppe Jato. Arrestato ladro di portafogli






Ruba un portafogli e viene arrestato. In manette un palermitano di 41 anni A.M. che aveva messo a segno il furto in un istituto di credito di San Giuseppe Jato. Il ladro aveva sflilato il portafogli, contenente 140 euro, dalla tasca dei pantaloni di un cliente della banca. La vittima ha subito allertato i carabinieri che sono riusciti ad identificare A.M. che aveva ancora con se la refurtiva. Giudicato con il rito direttissimo, il quarantunenne è stato condannato a sei mesi di reclusione, pena sospesa e al pagamento di 200 eruo di multa. Il portafogli è stato riconsegnato al leggittimo proprietario

martedì 21 ottobre 2014

San Giuseppe, contatore "con il trucco" nell'officina, arrestato il titolare

Pagava solo l'8 per cento dei consumi realmente effettuati



Furto aggravato di energia elettrica: con questa accusa è stato arrestato a San Giuseppe Jato, V.C., di trentacinque anni.

Dopo un controllo della sua autofficina, i militari della locale Stazione, coadiuvati da una squadra di tecnici dell’Enel, hanno accertato che l’impianto elettrico era stato alterato tramite un magnete che era stata apposta sul contatore. Grazie a questo stratagemma, l’uomo si era garantito una registrazione dei consumi pari solo all’8% di quelli effettivi nella propria attività commerciale.

Su disposizione dell’Autorità giudiziaria, ha atteso agli arresti domiciliari il rito direttissimo. In quella sede ha patteggiato e la condanna per lui è stata di sei mesi di reclusione e 300 euro di multa, pertanto rimesso in libertà.

lunedì 8 settembre 2014

In pochi mesi decine di arresti e denunce per furto di energia elettrica


Il caso di “Nino u ballerino” è la spia di un fenomeno dilagante. In tantissimi a Palermo rubano l'energia elettrica. I trucchi per alterare i contatori costano dai 250 ai 1.500 euro. Chi viene trovato con le mani nella marmellata si becca una denuncia da parte dell'Enel e finisce sotto inchiesta per furto aggravato. Le pene vanno dai sei mesi a 3 anni.

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PALERMO - Il caso di “Nino u ballerino” è la spia di un fenomeno dilagante. In tantissimi a Palermo rubano l'energia elettrica. Lo fanno allacciandosi abusivamente alla rete di distribuzione oppure piazzando potenti magneti sui contatori come è stato scoperto nella panineria di corso Finocchiaro Aprile. I dati raccolti dalle forze dell'ordine sono in aumento esponenziale.

Dall'inizio dell'anno i militari del Nucleo radiomobile hanno arrestato 91 persone. Settantaquattro quelle denunciate. Gli arresti eseguiti dagli agenti delle Volanti sono stati 28, 112 i denunciati.

La stragrande maggioranza dei provvedimenti colpisce commercianti di città e provincia.Più difficile è, infatti, scovare chi fa il furbo a casa propria. Le vecchie palazzine delle abitazioni popolari sono più facili da controllare perché i residenti si allacciano abusivamente ai punti luce sulla pubblica via. La faccenda si complica quando si agisce direttamente sul contatore.

I trucchi costano tra i 250 e 1.500 euro. Si spende meno quando si chiede l'intervento di un elettricista che si presta al gioco sporco dei furbetti del contatore. Ci vuole un esperto, infatti, per rompere i sigilli e inserire una resistenza che fa crollare i consumi. I kilowatt dell'energia consumata sono il risultato di due moltiplicazioni: tensione per intensità di corrente e per numero di ore. Piazzando una resistenza nel contatore si altera il dato dell'intensità e il contatore registra la metà del reale consumo. Coinvolgere un elettricista, seppure amico, comporta un rischio doppio: si viola la riservatezza, dovendo contare sul silenzio dell'elettricista stesso, e si lascia traccia della manomissione.


Più costosa la soluzione fai da te del magnete. Una piccola scatoletta nasconde una potente calamita. Basta poggiarla sul contatore che inizia a girare molto più lentamente. Per comprare un magnete ad uso domestico si spendono circa 400 euro, ma la cifra sale fino a 1500 se bisogna taroccare i contatori degli esercizi commerciali. I magneti si comprano su Internet oppure in alcuni negozi gestiti dai cinesi. O, ancora, grazie alla compiacenza di qualche elettricista che pesca nel mercato nero. Quando le forze dell'ordine piombano nel tuo negozio si può tentare di staccare il magnete e fare sparire la prova del furto.

Chi viene trovato con le mani nella marmellata si becca una denuncia da parte dell'Enel, che prima effettua un'analisi storica dei consumi e poi presenta il conto all'utente truffatore. E scatta pure l'inchiesta penale per furto aggravato. In caso di condanna si rischia una pena da sei mesi a tre anni di carcere.

Statistiche alla mano il furto di energia elettrica non conosce confini territoriali. Insomma, si ruba dovunque e tutte le categorie merceologiche sono coinvolte: panifici, pasticcerie, macellerie, bar, sale gioco, pub, autocarrozzerie. E non ci sono solo i piccoli negozi. Nella lista dei cattivi sono finiti pure i titolari di un'azienda che lavora funghi, di un ingrosso di prodotti ittici e di una fabbrica che produce bottiglie di plastica.

I numeri confermano l'impegno delle forze dell'ordine e hanno imposto un potenziamento dei controlli che, nel caso dei carabinieri che hanno denunciato “Nino u ballerino” (al secolo Antonino Buffa), non sono partiti da una segnalazione dell'Enel, ma sono il frutto di un'iniziativa dei militari. Poliziotti e militari proseguono la caccia: i furbetti del contatore sono avvisati.

mercoledì 13 agosto 2014

Chat Facebook: allarme nuovo virus. Attenzione a questo messaggio






In queste ore, si sta diffondendo un nuovo virus su Facebook. Si tratta del malware LOL. Come si presenta? Semplicemente, con un messaggio di chat (da un nostro contatto) che contiene la parola LOL accompagna da un allegato “Photo.zip o IMG.zip”.
Una volta scaricato l’allegato, il malware passa da Dropbox al pc e si impadronisce del computer. Ed è in grado di manovrare il proprio profilo Facebook e di diffondersi infettando i nostri contatti. Al momento, si sta ancora cercando una soluzione. L’unico modo per difendersi è, come al solito, il più semplice: ovvero, non scaricare e non aprire l’allegato.

mercoledì 16 luglio 2014

Confessione choc a Corleone Ritrovato cadavere nascosto per 2 anni

Per quasi due anni una badante ha tenuto il segreto per continuare a incassare la pensione di un anziano. Ieri è crollata. Ha chiamato un legale e ha raccontato la macabra storia. I poliziotti hanno ritrovato il corpo nelle campagne in contrada Piano di Corte. La posizione della donna ora è al vaglio della procura di Termini Imerese, che ha disposto l'autopsia sul cadavere

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Il luogo del ritrovamento del cadavere a Corleone
CORLEONE - Il macabro racconto era vero. Il cadavere dell'anziano è stato trovato sepolto in campagna. Giaceva dentro una buca profonda non più di trentina di centimetri. Disagio sociale, miseria, solitudine. C'è tutto questo nell'incredibile storia il cui epilogo è stato scritto stamattina. I poliziotti del commissariato di Corleone hanno ritrovato il corpo di Antonino Cutrò, 87 anni, in contrada Piano di Corte, laddove la sua badante ha confessato e indicato di averlo seppellito. Per quasi due anni ha tenuto il segreto per continuare a incassare la pensione. Ieri è crollata. Ha chiamato un legale e ha raccontato la macabra storia. È stato l'avvocato Antonino Di Lorenzo ad avvertire subito la polizia. La vicenda è passata in mano alla Procura di Termini Imerese che dovrà valutare la posizione della donna. Nel frattempo, per decisione della Procura, sarà effettuata l'autopsia sul corpo per accertare le reali cause della morte di Cutrò e soltanto dopo verrà data una degna sepoltura al cadavere. C'è, infatti, una concomitanza sospetta. I polziotti, ieri pomeriggio, avvertiti da qualcuno che aveva finalmente notato l'assenza dell'anziano, erano andati a bussare alla porta della donna. Che si era giustificata, dicendo che l'uomo non abitava più con lei.

Vent'anni fa l'uomo, che tutti chiamavano lo zio Ciccio, si trasferisce da Bivona, nell'agrigentino, a Corleone. E conosce Maria Antonietta Di Mattia, di trentasette anni più giovane di lui. È una ragazza che si prende cura di diversi anziani del paese in provincia di Palermo. Vive una condizione economica disagiata e si dà da fare. Alla fine l'uomo si trasferisce nell'abitazione di lei, in una casa popolare.

La vita scorre normale per vent'anni. Nel novembre 2012 accade quello che la donna solo ieri ha trovato la forza di raccontare. Era rientrata in casa e aveva trovato l'uomo, all'epoca ottantacinquenne, morto. Una morte naturale, assicura lei. A quel punto ha messo in atto il suo lucido piano. Ha nascosto il corpo dentro un grosso sacco della spazzatura. Lo ha caricato in macchina e trasportato per due chilometri, fino al luogo in cui lo ha sepolto. Si tratta di un piccolo terreno di sua proprietà. Da allora ha incassato la pensione sociale dell'anziano erogata regolarmente dall'Inps. 



Al penalista la donna ieri ha raccontato il dramma per un peso divenuto insopportabile. Si è sentita di fronte a un bivio: togliersi la vita o raccontare tutto. E ha scelto l'avvocato Di Lorenzo per definirsi "pentita di ciò che ho fatto e pronta a restituire il denaro". Il legale ha contattato il commissariato di polizia. Oggi preferisce mantenere il riserbo sulla vicenda, visto che è stata giustamente coinvolta la Procura di Termini Imerese e ci sono indagini in corso. Si limita a dire che "si tratta di una storia sconvolgente che fa emergere l'esistenza di un forte degrado sociale". E trova nella confessione della donna "una chiave, l'univa, di lettura positiva in una terra dove in passato la denuncia, qualunque essa fosse, era impensabile".

Resta il dramma della solitudine. Di un anziano morto da quasi due anni e che nessuno, pare avesse dei parenti, dal novembre 2012 ha mai cercato.

giovedì 29 maggio 2014

Processo al clan Messina Denaro Mafia: sei condannati

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L'indentikit di Messina Denaro
PALERMO- Il gup di Palermo Cesare Vincenti ha condannato sei degli otto imputati del processo denominato Eden che vedeva sotto accusa presunti prestanomi e favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro e il capomafia di Campobello di Mazara. I giudici hanno escluso l'aggravante mafiosa e dichiarato prescritte le accuse contro Rosario Pinto (era difeso dall'avvocato Ermanno Zancla), imprenditore imputato di favoreggiamento. Assolto invece Giovanni Faraone, meccanico anche lui accusato di favoreggiamento. A 5 anni e 4 mesi, stessa pena chiesta dal pm Paolo Guido, è stato condannato invece il dichiarante Lorenzo Cimarosa. La Procura ha chiesto che gli venissero concesse le attenuanti generiche, ma non la speciale attenuante prevista per i pentiti che apportino un contributo rilevante alle indagini.

Per intestazione fittizia di beni sono stati condannati rispettivamente a 3 anni e 6 mesi e 3 anni Lea Cataldo e il marito Francesco Lupino. Di 4 anni e 2 mesi la pena inflitta al cugino di Matteo Messina Denaro, Mario Messina Denaro, accusato di tentativo di estorsione, mentre a 8 anni e 2 mesi è stato condannato il presunto capomafia di Campobello Nicolò Polizzi. Due anni la pena inflitta a Giuseppe Marino, imputato di corruzione. Il processo, celebrato in abbreviato, nasce da un'inchiesta che, a dicembre scorso, ha portato in cella 30 presunti favoreggiatori del boss latitante e i vertici dei clan trapanesi. Quattro indagati hanno già patteggiato la pena. Per gli altri è in corso il dibattimento davanti al tribunale di Marsala che oggi ha riunito due tranche del procedimento.

In ordinario sono imputati, davanti al tribunale, tra gli altri, Patrizia Messina Denaro e Francesco Guttadauro, sorella e nipote del capomafia latitante e Antonino Lo Sciuto. Le loro posizioni sono state riunite oggi a quelle di Antonella Agosta, Michele Mazzara, Giuseppe Pilato, Francesco Spezia, Salvatore Torcivia, Vincenzo Torino e Girolama La Cascia. Eccezione di incompetenza territoriale è stata avanzata da alcuni difensori per gli imputati Mazzara, Spezia e Agosta, accusati di intestazione fittizia, con l'aggravante di aver favorito associazione mafiosa, reato che sarebbe stato commesso a Trapani, e per l'ingegnere Salvatore Torcivia, del Provveditorato per le opere penitenziarie di Palermo, accusato di turbativa d'asta. Il Tribunale ha, però, rigettato l'eccezione. Il 5 giugno, invece, deciderà sull'ammissione delle parti civili. Secondo l'accusa, Patrizia Messina Denaro, presente in aula, avrebbe retto il mandamento in assenza del fratello, con il quale continuava ad avere rapporti nonostante la latitanza.

mercoledì 30 aprile 2014

Quel "ministro" di San Giuseppe Jato che fece l'autista ad un Santo

angelo siino
di LEANDRO SALVIA
Era il 21 novembre del 1982 quando Karol Wojtyla venne in visita per la prima volta a Palermo: una città in cui quell'anno erano caduti sotto il piombo della mafia Pio La Torre, Rosario Di Salvo, Paolo Giaccone, Carlo Alberto Dalla Chiesa,  Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo.
Ai funerali del generale Dalla Chiesa, il Cardinale Pappalardo, citando Tito Livio, aveva pronunciato la celebre omelia: "mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata". Giovanni Paolo II visitò dunque una Sicilia fortemente in mano alla mafia e, come raccontano le cronache del tempo, portò il suo conforto agli ammalati dell'ospedale Civico e agli operai del cantiere navale e ai "terremotati" della valle del Belice. Ma in pochi sanno che l'ignaro papa, durante il suoi spostamenti tra la folla palermitana, ebbe come autista un imprenditore edile originario di San Giuseppe Jato: Angelo Siino (la notizia non è certo inedita: nel 1993 Enzo Mignosi la racconta nel volume dal titolo "Il Signore sia coi boss"ed Elio Camilleri la riprende nel 2011 ndr).

Siino al tempo è un nome sconosciuto ai grandi media, ma celebre solo nelle cronache sportive per le sue imprese da pilota di rally alla guida di una Ferrari. Lo chiamavano "Bronson" per la somiglianza col noto attore di Hollywood. Più tardi, 9 anni dopo, passerà invece agli onori della cronaca giudiziaria nazionale e internazionali quando verrà arrestato perché ritenuto il "ministro e dei lavori pubblici di Cosa Nostra" e uomo di fiducia di Totò Riina. Siino, che non era un "militare" di Cosa nostra ma un "burocrate", dopo l'arresto ha deciso di collborare con la giustizia.
Si sa che la Sicilia è una terra dalla forte simbologia: gli oggetti, i gesti e le parole sono foriere di significati che sovrastano spesso il significante. Giovanni Paolo II non poteva certo sapere chi guidasse la sua auto, ma a Palermo l'apparato organizzativo (composto da uomini della Curia e dello Stato) non poteva non sapere.
E allora è legittimo chiedersi perchè la tutela di quel papa (lo stesso che 11 anni dopo, il 9 maggio del 1993, lanciò il coraggioso anatema contro la mafia) venne affidata non ad un autista del Vaticano o delle forze dell'ordine italiane, ma un uomo della mafia, ovvero dell'anti-Stato. Quel Siino che da oggi, nel suo lungo curriculum vitae, potrebbe beffardamente aggiungere la voce "chauffeur di un Santo"
 FONTE: WWW.VALLEJATO.IT

mercoledì 9 aprile 2014

Beni per un milione e mezzo sequestrati tra San Cipirello, San Giuseppe Jato e Monreale









PALERMO, 8 aprile - Beni per un totale di un milione e mezzo di euro, ricadenti anche nel territorio di Monreale, sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza di Palermo a quattro imprenditori accusati di evasione fiscale, a garanzie delle imposte non versate.
I provvedimenti "per equivalente" sono stati emessi dal Gip nell'ambito del procedimento per reati tributari a carico dei quattro soggetti. Il patrimonio di maggior valore, 600.000 euro, comprendente 6 terreni, 2 immobili, 1 autoveicolo e disponibilita' finanziarie, e' stato sequetsrato a un costruttore edile palermitano che secondo l'accusa ha omesso di versare Irpef per 650.000 euro.
Gli altri evasori sono un produttore vitivinicolo al quale sono stati sottratti 11 terreni e quote parte di 4 immobili dislocati tra San Cipirello, San Giuseppe Jato e Monreale per un valore complessivo di 300 mila euro, un altro imprenditore vinicolo al quale sono stati sequestrati - disponibilita' finanziarie e partecipazioni societarie per circa 200 mila, e un antiquario di Partinico che pur avendo formalmente cessato la partita Iva nel 2008 ha continuato la sua attivita' in nero e che si e' visto sequestrare 6 immobili ed autoveicoli per circa 300.000 euro.

giovedì 3 aprile 2014

Sicilia, la nuova truffa al bancomat si chiama ''cash trapping''


Si chiama “cash trapping” ed è la nuova frontiera dell’illecito che prevede il furto mediante la manomissione degli sportelli bancomat.
Il fenomeno è stato riproposto a Belpasso, in provincia di Catania, dove i carabinieri, in seguito a una segnalazione al 112, hanno scoperto l’alterazione di uno degli sportelli, mediante l’inserimento di una placca metallica, realizzata ad hoc.

Lo strumento, infatti,  fa sì che nello sportellino di distribuzione delle banconote non compaia alcuna alterazione.
Gli utenti che si apprestano a effettuare un prelievo possono materialmente concludere la loro operazione sino alla fase “Operazione completata/importo erogato”, ma di fatto le banconote, grazie alla placca metallica, rimangono intrappolate nello sportellino all’insaputa del cliente, che imputando il disguido a un presunto guasto tecnico, si allontana con l’intento di reclamare il disservizio all’istituto di credito. È a quel punto che i malavitosi intevengono indisturbati, rimuovendo lo sportellino e recuperando il denaro erogato.
Si tratta ormai, di una tecnica ampiamente diffusa, che frutta, agli astuti inventori dellatruffa, sino a 1.500 euro al giorno.
I carabinieri, invitano pertanto, a contattare il 112, nel caso in cui, durante un’operazione di prelievo, le banconote non dovessero uscire regolarmente, in modo tale da intervenire tempestivamente alla constatazione e all’eventuale rimozione del marchingegno.

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