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lunedì 16 marzo 2020

ECCO QUANDO FINIRÀ L’EMERGENZA SANITARIA: LE PREVISIONI DEL GOVERNO

Il picco dei contagi previsto per il 18 marzo. Fuori dal tunnel a fine aprile

Ecco quando finirà l’emergenza sanitaria: le previsioni del governo
Novantaduemila italiani contagiati dal coranavirus fino a fine aprile e oltre 360 mila in quarantena con il picco dei contagi atteso intorno al 18 marzo. Questa la previsione ufficiale sulla diffusione del virus fatta dal Governo e pubblicata nella relazione tecnica del terzo Decreto sull’emergenza. Una previsione che tiene conto delle ultime misure più stringenti adottate nei giorni scorsi che hanno trasformato tutta l’Italia in una zona rossa e che secondo gli esperti produrranno i loro effetti dopo circa 7-10 giorni. Il numero complessivo dei contagiati dovrebbe essere pari a circa 92 mila, i decessi oltre 3 mila.

Timore boom di contagi al centrosud

Un momento critico per capire l’evoluzione dell’emergenza sanitaria è questo fine settimana. Gli esperti si attendono un boom di contagi nelle regioni del centrosud dovuto all’effetto assembramento dello scorso week end, prima che entrassero in vigore le misure restrittive per tutto il paese. “E’ verosimile aspettarci casi in questo weekend, in parte come effetto dei comportamenti assunti lo scorso fine settimana. L’incubazione è tra 4 e 7 giorni: abbiamo visto folle assembrate al mare o in stazioni sciistiche o in mega aperitivi, luoghi dove probabilmente il virus ha circolato. Una parte di quelle persone nei prossimi giorni probabilmente mostrerà una sintomatologia. Speriamo di essere smentiti dai fatti” ha spiegato il presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro.
FONTE : https://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/ecco-quando-finisce-emergenza-sanitaria/

martedì 4 dicembre 2018

PALERMO, COLPO ALLA NUOVA CUPOLA DI COSA NOSTRA. ARRESTATO L’EREDE DI RIINA, È IL BOSS SETTIMO MINEO

La commissione è tornata a riunirsi a maggio. Scattano 46 arresti. L’ultimo padrino è un gioielliere. L’intercettazione: “Si è fatta una bella cosa, con bella gente”
Palermo, colpo alla nuova Cupola di Cosa nostra. Arrestato l’erede di Riina, è il boss Settimo Mineo
La Cupola di Cosa nostra è tornata a riunirsi, il 29 maggio scorso. Non accadeva dal 1993. I capi delle famiglie di Palermo si sono ritrovati per eleggere il nuovo padrino, l’erede di Totò Riina morto un anno fa. E’ l’ottantenne Settimo Mineo, ufficialmente gioielliere con negozio in corso Tukory, il più anziano fra i boss della mafia siciliana, il giudice Falcone l’aveva arrestato nel 1984 e lui spavaldo aveva detto all’interrogatorio: “Non so di che parla, cado dalle nuvole”. Una vita per la mafia. Ma il mandato di Settimo Mineo è già scaduto: all’alba, la procura di Palermo diretta da Francesco Lo Voi ha fatto scattare un maxi blitz dei carabinieri nei confronti di 46 fra boss e gregari. E tra i fermati c’è anche il capo dei capi che avrebbe dovuto inaugurare la nuova era mafiosa. Con lui, tre componenti della Cupola, i rappresentanti del mandamento di Porta Nuova, Gregorio Di Giovanni; di Misilmeri-Belmonte, Filippo Salvatore Bisconti; di Villabate, Francesco Colletti. Come Mineo, tutti scarcerati di recente dopo aver scontato condanne per mafia.

L’intercettazione

È stato Colletti a svelare l’ultimo mistero dei boss, e non sospettava certo di essere intercettato. Al suo autista, Filippo Cusimano, ha raccontato della riunione della commissione provinciale a cui aveva partecipato alcune ore prima, il 29 maggio. “Si  è fatta comunque una bella cosa – diceva orgoglioso – per me è una bella cosa questa… molto seria… molto… con bella gente… bella. Grande. Gente di paese… gente vecchi… gente di ovunque”. E poi aggiungeva dettagli sui partecipanti, dettagli che hanno incastrato Mineo e gli altri.
Resta  il mistero sul luogo della riunione. Ma per il resto il boss di Villabate è stato fin troppo loquace con il suo autista. Ha raccontato che alcuni boss non avevano il rango adeguato per partecipare alla riunione solenne: per questa ragione, sarebbero rimasti  fuori Salvatore Pispicia di Porta Nuova, Francesco Caponnetto di Villabate, Giovanni Sirchia di Passo di Rigano e Francesco Picone della Noce. E’ davvero una lunga (inconsapevole) confessione quella del boss che parlava fin troppo all’autista. Gli ha pure  spiegato l’ultima regola dell’organizzazione: i contatti fra i mandamenti possono essere tenuti solo dai reggenti. “E’ una regola, proprio la prima.. Nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri”. Regola solenne della commissione. “Perché  là dentro – diceva Colletti – quando si decide una cosa, io non posso dire di no… Siamo tutte persone perbene, tutti saggi… non ce ne deve essere timore quando si deve fare qualcosa cosa, giusto è?”. Era anche un modo per ribadire la centralità della Cupola,  contro la tirannia di Totò Riina. “Ci siamo alzati e ci siamo baciati tutti”, è il finale del racconto di Colletti.

L’indagine

Passato e presente continuano a intrecciarsi nella Palermo della mafia. Dopo i colpi durissimi subiti negli ultimi anni, Cosa nostra stava provando a riorganizzarsi, questa volta in maniera più stabile, ricostituendo la commissione provinciale, l’organismo di rappresentanza delle famiglie che non si era più riunito perché solo il capo dei capi in carica, Totò Riina, avrebbe potuto convocarlo. Morto il padrino di Corleone, sono partite subito le procedure per la nuova Cupola. Oggi, in discussione, ci sono soprattutto due grandi affari per la mafia palermitana: il traffico di droga e le scommesse on line. Business da milioni di euro.
Le ultime mosse dei padrini non sono sfuggite all’antimafia. La campagna elettorale per il nuovo governo mafioso è stata seguita passo passo dai carabinieri del nucleo Investigativo del comando provinciale diretto dal colonnello Antonio Di Stasio. A coordinare questa maxi indagine, un pool di magistrati composto dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Maurizio Agnello, Francesca Mazzocco, Amelia Luise, Dario Scaletta, Gaspare Spedale e Bruno Brucoli.
L’ultima inchiesta parla di un Cosa nostra che resta insidiosa, soprattutto per le infiltrazioni nell’economia legale e le relazioni. Le intercettazioni hanno sorpreso insospettabili imprenditori che addirittura cercavano i boss, per la soluzione di alcuni loro problemi. Mafia-agenzia di servizi, i più svariati: dal recupero crediti alla mediazione di controversie.

Il nuovo capo

“Lo zio Settimo è devoto”, dicevano di lui i mafiosi. Devoto a Cosa nostra, davvero una vita per l’organizzazione, anche se rischiò di essere ucciso nel 1982, nell’agguato in cui morì il fratello Giuseppe, un altro fratello – Antonino – era stato assassinato sei mesi prima,  davanti alla gioielleria di famiglia: all’epoca, c’era grande agitazipne nella famiglia di Pagliarelli, fra i Mineo e i Motisi, ma il giovane Settimo seppe distinguersi per equilibrio e diplomazia, si guadagnò sul campo la stima di Totò Riina e dei suoi fedelissimi. Anche quando fu arrestato, chiamato in causa dalle dichiarazioni del primo pentito di mafia, Leonardo Vitale, all’inizio degli anni Settanta; poi, Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno aggiunsero altre rivelazioni e Mineo venne condannato al primo maxi a 7 anni, ridotti in appello a 5 anni e 4 mesi. Il boss di Pagliarelli è stato riarrestato, dalla squadra mobile, nel 2006 e ha scontato un’altra condanna, a 11 anni. Ma non ha mai avuto un cedimento in carcere.
Tornato in libertà, si è ritrovato in una situazione di fibrillazione tra le famiglie di Palermo, alle prese con gli arresti dei nuovi capi e le scarcerazioni di vecchi mafiosi desiderosi di rimettersi in azione. E ben presto, Mineo ha assunto il ruolo di gran mediatore, di garante per tutte le famiglie. I carabinieri lo hanno seguito mentre tesseva la sua rete di alleanze per ottenere il più ampio consenso.
Il vecchio boss non utilizzava telefonini, e camminava molto a piedi, era lui che andava a trovare i mafiosi delle altre famiglie, un modo per evitare rischiosi summit. Ma il nuovo capo dei capi non è passato inosservato. Aveva anche ottenuto il passaporto, per andare negli Stati Uniti, ma il visto gli è stato negato.

lunedì 4 giugno 2018

Fermata banda di Camporeale : 7 arresti - Video Intercettazioni

Una banda criminale che a Camporeale commetteva furti, estorsioni e intimindazione. A scoprirla sono stati i carabinieri della compagnia di Partinico che questa mattina hanno dato esecuzione ai provvedimenti emessi dalla Procura di Palermo. In carcere sono finite sette persone giovanissime, fra cui due donne, tutte di Camporeale.: Maurizio Mulè di 26 anni, Barbara Lombardo 33 anni, Salvatore Lazzara di 30 anni, Vincenza Ferdico 24 anni, Francesco Mulè di 28 anni, Calogerò Mulè di 30 anni e Vincenzo Mulè di 25 anni
Risultati immagini per carabinieri

L’attività di indagine – condotta dalla Stazione Carabinieri di Camporeale – ha avuto origine lo scorso autunno dopo una serie di incendi dolosi di autocarri di proprietà di alcune piccole ditte individuali operanti nel settore della raccolta e della rivendita di vari materiali ferrosi.
In particolare, nel corso dell’inchiesta è stata documentata l’esistenza di una strutturata associazione criminale, che metteva in atto intimidazioni tramite incendio nei confronti dei rivenditori di rame e ferro con il chiaro intento di intimidirli e scoraggiarne l’attività lavorativa, al fine di acquisire “una posizione di monopolio” in quel particolare segmento di mercato.
Gli indagati, inoltre, sono stati, anche, individuati come responsabili di molteplici furti di vario genere all’interno di abitazioni di cittadini del luogo.
Le numerose condotte illecite –affermano i carabinieri – avevano destato attenzione sociale sul territorio e ne avevano favorito un ruolo di primo piano nel locale contesto criminale.
Da alcune intercettazioni è poi emerso un loro particolare interesse nel cercare di carpire i movimenti dei Carabinieri durante i servizi di pattuglia.


FONTE: http://www.teleoccidente.it

venerdì 27 aprile 2018

San Cipirello, scomparso da tre giorni e trovato morto

San Cipirello, scomparso da tre giorni e trovato morto
I familiari del 76enne G.D.L. non avevano sue notizie da domenica. Si era allontanato in auto per raggiungere Piana degli Albanesi. Poi la denuncia, le ricerche condotte dai carabinieri e il tragico rinvenimento del cadavere




San Cipirello, scomparso da tre giorni e trovato morto

E' stato trovato morto dopo tre giorni di ricerche, impiccato a un albero nelle campagne di San Cipirello. I carabinieri hanno rivenuto il cadavere di G.D.L., il 76enne che si era allontanato da casa sua domenica scorsa per raggiungere Piana degli Albanesi, fare una passeggiata in paese e visitare gli amici del circolo ricreativo. Ma di lui si erano presto perse le tracce.
Non vedendolo rientrare i familiari hanno atteso un paio d'ore prima di fare partire un tam tam sui social, coinvolgendo i giornali e la redazione del programma Rai "Chi l'ha visto?". Poi hanno battuto palmo a palmo le campagne e i paesi vicini, muovendosi sulla scorta dell'ultima informazione in loro possesso, ovvero la cella agganciata dal suo cellulare in località Pietralunga.
A 48 ore dalla denuncia i carabinieri hanno avviato le ricerche che hanno dato esito positivo questa mattina. Purtroppo, però, per l'anziano non c'era più nulla da fare. Al termine dell'ispezione del medico legale gli investigatori, sotto il coordinamento della Procura, hanno chiesto di eseguire l'autopsia sul corpo del 76enne. Indagini in corso per chiarire cosa abbia spinto l'uomo al suicidio.

La prima ipotesi è quella del suicidio. Aperto un fascicolo in Procura

SAN CIPIRELLO, 25 aprile – Giuseppe De Luca, l’uomo del quale da qualche giorno si erano perse le tracce, è stato ritrovato senza vita nelle campagne di contrada Muffoletto. Il corpo del pensionato di 76 anni era appeso ad un albero di fico nei pressi di un’abitazione rurale. L’ipotesi più accreditata è che possa essere stato un suicidio.
Sull’episodio indagano comunque i carabinieri ed è stato aperto un fascicolo in Procura. Le tracce dell’ex autotrasportatore si erano perse tre giorni fa. A denunciare la scomparsa era stata la moglie. L’uomo era uscito dalla sua abitazione di via Roma domenica mattina intorno alle ore 10. E da allora non aveva fatto più ritorno a casa. Già domenica i carabinieri della locale stazione avevano avviate le ricerche, ancora prima che venisse formalizzata regolare denuncia di scomparsa. Ma fino a questa mattina non c’era traccia né dell’uomo né della sua auto: una Golf grigia. Da domenica il suo telefono cellulare risultava irraggiungibile. L’ultima cella a cui si è agganciato è quella del ripetitore situato su cozzo Balletto, in un’area extraurbana e come tale con un ampio raggio di copertura. A trovare il cadavere dell’uomo sono stati questa mattina i proprietari di un fondo agricolo che erano andati in campagna per festeggiare il 25 aprile.
La macabra scoperta è stata fatta dunque per caso. Ed immediatamente è stato lanciato l’allarme ai carabinieri. Il corpo è stato trovato poco distante dalla Golf grigia, che risultava regolarmente chiusa. L’auto era parcheggiata sotto degli alberi. Attorno all’auto non sono stati trovati elementi che possano far ipotizzare colluttazioni.
Sembra che alcuni confinanti del terreno avessero visto la Golf grigia nei giorni scorsi, ma che l’avrebbero scambiata per l’auto del proprietario del terreno. Che possiede elo stesso modello di auto.
L’uomo si trova desso in una cella frigo della camera mortuaria del cimitero di San Cipirello. Quando è stato trovato, il corpo era già in fase di decomposizione. Davanti al cimitero sono giunti anche alcuni familiari ed il fratello, a cui è toccato il penoso compito di riconoscere il cadavere.
(fonte e foto: vallejatonews.it)



FONTE: http://www.palermotoday.it/cronaca/morto-scomparso-san-cipirello.html



martedì 24 aprile 2018

San Cipirello, scomparso un uomo di 76 anni: l'appello dei familiari

SAN CIPIRELLO. Scomparso un uomo di 76 anni a San Cipirello. Si tratta di Giuseppe De Luca che è uscito di casa domenica alle 10 del mattino e non è più tornato.
Al momento della scomparsa portava dei pantaloni grigi, camicia celeste e giacchetta blu. E' uscito con la sua Golf 4 grigio chiaro targata CY762AB.
San Cipirello, scomparso da due giorni il 76enne Giuseppe De Luca
Giuseppe De Luca si è allontanato con la sua Golf alle 10 di domenica scorsa. Indossava pantaloni grigi, camicia celeste e giacchetta blu. Dopo la denuncia sono iniziate le ricerche dei carabinieri. La sorella: "Ha bisogno delle sue pillole, temiamo per la sua salute"
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San Cipirello, scomparso da due giorni il 76enne Giuseppe De Luca
Si è allontanato da casa sua, a San Cipirello, per raggiungere Piana degli Albanesi. Lì avrebbe dovuto comprare il pane, fare una passeggiata per il paese e passare al circolo ricreativo, ma del 76enne Giuseppe De Luca non si hanno notizie ormai da domenica. "Era un rituale per lui, ma adesso siamo preoccupati - spiega a PalermoToday la sorella Antonina - anche perché ha il diabete, soffre problemi di asma e diabete". A 48 ore dalla denuncia presentata alla stazione del paese i carabinieri hanno avviato le ricerche.
Secondo le prime informazioni l’ultima cella agganciata dal cellulare del 76enne sarebbe quella della zona di Pietralunga, a circa 10 chilometri da San Cipirello. "Abbiamo setacciato il paese e le campagne, sia qui che a Piana - prosegue la sorella - ma non abbiamo trovato nulla. E’ scomparso insieme alla sua auto, una Volkswagen Golf targata CY762AB. Non ha portato con sé le sue pillole e abbiamo paura possa essere successo qualcosa". A lanciare un appello al popolo dei social con un post, che in poche ore ha raggiunto oltre mille condivisioni, è stata la nipote dalla Germania.
Risultati immagini per de luca 76 anni scomparso


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giovedì 19 aprile 2018

Trattativa, i giudici in camera di consiglio. Storia del processo sul patto tra Stato e mafia: tra accuse, polemiche e misteri

La corte presieduta da Alfredo Montalto dovrà decidere se i boss mafiosi sedettero o meno al tavolo delle Istituzioni. Nove gli imputati - da Bagarella a Mancino a Mori - per i quali la pubblica accusa ha chiesto in totale 88 anni di carcere: sono accusati di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato, concorso esterno, falsa testimonianza. Il procedimento, cominciato tra le polemiche cinque anni fa, ha spaccato l'opinione pubblica: dal conflitto d'attribuzione sollevato dal Quirinale, al ruolo dei carabinieri. E poi quello di Dell'Utri e Forza Italia

Trattativa, i giudici in camera di consiglio. Storia del processo sul patto tra Stato e mafia: tra accuse, polemiche e misteri

L’hanno definito il processo in cui  Stato ha messo sul banco degli imputati se stesso. Adesso dovrà decidere se assolversi o meno. Sono entrati in camera di consiglio i giudici della corte d’Assise di Palermoche celebrano il processo sulla cosiddetta Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Un dibattimento comin ciato quasi cinque anni fa, con più di duecento udienze, decine e decine di testimoni, 88 anni di carcere chiesti per i nove imputati e una ricostruzione dell’accusa che ripercorre la fine dellaPrima Repubblica, riscrive la nascita della Seconda e arriva a sentenza proprio quando sembra stia per nascere la Terza. Duemila i giorni trascorsi dalla prima udienza preliminare, mentre non è dato sapere quanto tempo impiegheranno i magistrati guidati dal presidente Alfredo Montalto per decidere se i boss mafiosi sedettero o meno al tavolo delle Istituzioni. Di sicuro c’è solo che la sentenza emessa nell’aula bunker del carcere Pagliarelli – dopo che gran parte del processo si è svolto “nell’astronave verde” dell’Ucciardone – sarà a storica. In un senso o nell’altro.
I pm Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia
Lo Stato che processa se stesso – Perché quella sulla Trattativa è un’inchiesta che ha spaccato in due l’opinione pubblica. E non poteva essere altrimenti visto che ha l’ambizione di ricostruire un segmento fondamentale della recente storia italiana. Adesso, dunque, bisognerà solo aspettare. I fatti e le interpretazioni dalla procura sono da considerarsi reato o no? Il rapporto di forza e l’eventuale dialogo tra le Istituzioni di questo Paese e Cosa nostra è sanzionabile utilizzando il codice penale o deve rimanere soltanto un fatto storico? Lo Stato, in definitiva, può davvero processare se stesso? Una decisione delicatissima visto che l’indagine dei pm Vittorio TeresiNino Di MatteoFrancesco Del Bene e Roberto Tartaglia è stata lunga e complessa: si è spinta fino alla fine degli anni ’70, ha attraversato la fine della Guerra fredda, la crisi dei rapporti tra la mafia e la vecchia classe politica italiana, il biennio stragista che ha destabilizzato il Paese, il nuovo momento di pax tra Stato e cosche. “Hanno detto che ci siamo mossi per finalità eversive e nessuno ci ha difeso. Abbiamo cercato solo la verità”, sono state le parole scelte dal pm Di Matteo per chiudere la sua requisitoria. E in effetti numerosi sono stati gli attacchi lanciati nei confronti della pubblica accusa già in fase d’indagine preliminare. Il picco massimo si è registrato forse proprio nel 2012 quando per quattro telefonate registrate tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano, l’allora presidente della Repubblica ha deciso di sollevare un conflitto d’attribuzione di poteri davanti alla corte Costituzionale. La Consulta ha ordinato in tempi record la distruzione di quelle intercettazioni, infiammando l’inizio del processo che all’epoca veniva considerato alla stregua di quello a Giulio Andreotti. Almeno in termini di rilevanza mediatica.
Calogero Mannino
Un reato difficile da dimostrare – Ora che i giudici sono in camera di consiglio, però, la contrapposizione tra il Colle e l’ufficio inquirente siciliano sembra appartenere a un’altra epoca. Complici anche i momenti di tensione istituzionale, il processo si è infatti sviluppato con un’attenzione giornalistica che si è via via affievolita. Anche perché nel frattempo ha perso il suo inquirente principale – cioè Antonio Ingroia, che ha lasciato la magistratura per la politica – e due dei suoi imputati più importanti: i superboss di Cosa nostra Totò Riina e Bernardo Provenzano, deceduti tra il 2016 e il 2017. Non ci sarà, nel bunker del Pagliarelli, neanche l’ex ministro Calogero Mannino, che ha scelto il rito abbreviato e si è già visto riconoscere l’assoluzione in primo grado. È accusato di minaccia e violenza a corpo politico dello Stato: una fattispecie che gli imputati avrebbero commesso intimidendo il governo per ottenere l’ammorbidimentodella lotta a Cosa nostra in cambio della fine delle stragi. E della cancellazione della condanna a morte emessa da Riina per alcuni politici. Quel reato disciplinato dall’articolo 338 del codice, però, secondo molti osservatori è difficile da dimostrare.
Il papello
Le richieste di pena per Bagarella e co. – Evidentemente non secondo i pm, che per minaccia e violenza a corpo politico dello Stato hanno chiesto alla corte di condannare a 16 anni di carcere il boss Leoluca Bagarella. Il cognato di Totò Riina è l’uomo che guidò i corleonesi dopo l’arresto del capo dei capi, il 15 gennaio del 1993. C’è Bagarella ai vertici di Cosa nostra quando bombe e stragi escono per la prima volta dalla Sicilia e colpiscono Roma, Firenze e Milano. È Bagarella che a un certo punto ispira la nascita di Sicilia Libera, il movimento che doveva rappresentare le istanze dei mafiosi nel mondo politico. Ed è sempre il padrino corleonese che poi dirotta il sostegno di Cosa nostra sulla neonata Forza Italia Dodici gli anni di carcere chiesti per Antonino Cinà, il medico fedelissimo di Riina, accusato di aver consegnato a Massimo Ciancimino il papello, cioè la lista con le richieste avanzate dalla mafia per smetterla di seminare morti. Ciancimino junior avrebbe consegnato poi quel foglio al padre, don Vito, l’uomo agganciato dai carabinieri nel giugno del 1992 – dopo l’omicidio di Giovanni Falcone – con l’obiettivo di avere un’interlocuzione con la Cupola e mettere la parola fine ai botti al tritolo.  Che invece continuarono e uccisero prima Paolo Borsellino e poi alcuni civili tra Firenze e Milano. Per quel tentativo di dialogo con le cosche sono imputati tre ex ufficiali dell’Arma: l’ex capo del Ros Antonio Subranni, per il quale l’accusa ha chiesto 12 anni, il suo vice del tempo Mario Mori, su cui pende una richiesta di condanna pari a 15 anni, e l’ex colonnello Giuseppe De Donno, che invece i pm vorrebbero condannare a 10 anni. L’accusa ha inoltre chiesto di non procedere a causa dell’intervenuta prescrizione nei confronti di Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci che partecipò ai vari summit in cui si organizzò l’assalto di Cosa nostra alla Stato.
Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi
Dell’Utri e il patto con B.– Colpevole sarebbe anche Marcello Dell’Utri, l’ex senatore di Forza Italia che sconta una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa: per lui sono stati chiesti altri 12 anni di carcere. Braccio destro di Silvio Berlusconi, fondatore di Forza Italia, è Dell’Utri – secondo l’accusa – l’uomo che chiude il nuovo patto con i boss ottenendo sostengo per il suo neonato partito politico. “Alla fine del 1993 Marcello Dell’Utri si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l’attenuazione del regime carcerario. Ciò è avvenuto quando un nuovo governo si era appena formato, nel marzo del 1994, con la nomina di Silvio Berlusconi alla carica di presidente del consiglio”, hanno sostenuto i magistrati alla fine della requisitoria. E ancora: “Risulta provato che gli incontri tra esponenti mafiosi e Marcello Dell’Utri siano stati plurimi e ripetuti nel tempo, da collocare sia prima delle elezioni del ’94 che dopo le politiche. Nel corso di questi incontri sia Graviano che Mangano hanno sollecitato Dell’Utri a intervenire a favore di Cosa nostra. E Dell’Utri non si è sottratto: si è fatto interprete degli interessi di Cosa nostra“.
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Mancino e il Romanzo Quirinale – Accusato di falsa testimonianza è, invece, Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno, sul quale pende una richiesta di condanna a sei anni di reclusione. È stato l’ultimo a intervenire davanti alla corte d’Assise per rendere dichiarazioni spontanee: “Ho sofferto per tutto questo periodo e soffro ancora pur essendo consapevole di avere sempre detto la verità. Non ho mai commesso il reato di falsa testimonianza”. I pm, infatti, lo hanno messo sotto inchiesta perché ha negato di aver saputo dall’allora guardasigilli Claudio Martelli di contatti “anomali” tra i carabinieri del Ros e Ciancimino. Contatti che, secondo la procura, avrebbero costituito il primo atto formale della stessa Trattativa. Finito coinvolto nell’inchiesta Mancino diventa poi il protagonista del Romanzo Quirinale: è lui l’uomo che trascina nell’indagine il Colle, con le telefonate a Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Napolitano. “A posteriori – ha detto l’ex ministro – penso che sarebbe stato preferibile non telefonare a D’Ambrosio. Ero preoccupato, eravamo in piena bufera giornalistica. Ma in quelle telefonate non c’è traccia di interferenze o di richieste di inferenze nei confronti dei magistrati palermitani”. Per Mancino, ma anche per tutti gli altri imputati, gli avvocati difensori hanno chiesto l’assoluzione.
Massimo Ciancimino
Ciancimino e i punti deboli – Cinque anni di carcere è poi la richiesta pena avanzata per Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, accusato di calunnia e concorso esterno, che però si sarebbe prescritto. È allo stesso tempo uno dei testimoni principali dell’inchiesta, che ha dato probabilmente un forte impulso all’originaria attività investigativa, ma anche il principale punto debole del processo. Dopo una condanna per detenzione di esplosivo si è visto revocare l’indulto concessogli dopo un precedente verdetto di colpevolezza per riciclaggio: attualmente è quindi detenuto. In più è stato condannato due volte per calunnia in primo grado. Ha preso tre anni e mezzo per aver inventato le minacce dell’agente dell’Aisi Rosario Piraino. E sei anni per aver accusato l’ex funzionario del Sisde Lorenzo Narracci di essere stato il tramite tra il padre Vito, il boss Provenzano e il fantomatico signor Franco/Carlo, sempre indicato da Ciancimino junior come demiurgo di ogni interlocuzione tra Stato e mafia, ma mai individuato. A pesare sulle richieste della pubblica accusa, poi, ci sono le sentenze di assoluzione che incrociano il procedimento in corso: quella di primo grado per Mannino e quella ormai definitiva per Mori, accusato della mancata cattura di Provenzano, localizzato in un casolare di Mezzojuso nel 1995.
La strage di via d’Amelio
I punti a favore – I pm, però, possono anche vantare altri verdetti, questa volta a favore della loro ricostruzione. Come quella dei giudici di Firenze per la strage di via dei Georgofili, che nel 2012 hanno scritto: “Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”. O come quella del gip di Caltanissetta dell’anno dopo, che a proposito dell’ultima inchiesta sulla strage di via d’Amelio, dice: “Deve ritenersi un dato acquisito quello secondo cui a partire dai primi giorni del mese di giugno del 1992 fu avviata la cosiddetta trattativa tra appartenenti alle istituzioni e l’organizzazione criminale Cosa nostra”. In corso nel capoluogo fiorentino c’è poi l’indagine su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi del 1993, riaperta dopo le intercettazioni in carcere del boss Giuseppe Graviano. “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia: per questo c’è stata l’urgenza. Lui voleva scendere: però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa”, avrebbe detto il mafioso di Brancaccio: anche quell’intercettazione è stata al centro di una battaglia giudiziaria tra accusa e difesa.
Giovanni Falcone
Il giorno in cui tutto cambiò – Al di là delle sentenze, delle ricostruzioni giudiziarie, dell’interpretazione di ogni singola fonte di prova, questa rimane comunque una storia di morti ammazzati. Di sangue, di ricatti, di tritolo e di fatti incontrovertibili. Che rimarranno tali qualunque sia la decisione della corte d’assise. Per esempio c’è una data ed è quella che cambia per sempre la storia d’Italia: il 30 gennaio del 1992. Quel giorno a Roma la corte di Cassazione conferma la sentenza del primo Maxiprocesso contro Cosa nostra istruito da Falcone e Borsellino. Per la prima volta, nonostante le rassicurazioni dei politici, i boss mafiosi vengono condannati all’ergastolo. È il “fine pena mai” lo spettro che scatena la furia di Riina, capo dei capi di un’organizzazione criminale all’epoca titolare di un’enorme potenza di fuoco. Già dalla fine del 1991 il boss corleonese aveva cominciato a riunire periodicamente i suoi in un casolare in provincia di Enna per dettare la linea: in caso di pronuncia sfavorevole bisognava “pulirsi i piedi“. Bisognava, cioè, massacrare tutti quei politici che non avevano rispettato i patti. Il primo è Salvo Lima: la sua chioma bianca riversa nel sangue di Mondello il 12 marzo del 1992 è l’atto numero zero della guerra allo Stato. Ma è anche un messaggio diretto ad Andreotti nel giorno in cui iniziava la campagna elettorale per le politiche di aprile. Giovanni Falcone capisce subito cosa sta succedendo. “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”, scrive su La Stampa, mentre a Roma è già arrivato il commando di morte per lui. Dovevano farlo fuori al ristorante, o magari mentre andava al Maurizio Costanzo Show. Ma poi da Palermo per i picciotti arriva il contrordine: si torna a casa.
Giuseppe Graviano
La genesi e la fine delle stragi: il fattore B – “La genesi di tutto è quando si decise di non uccidere più Falcone a Roma con quelle modalità e si torna in Sicilia: lì cambia tutto e poi non c’è solo mafia”, ha detto il pentito Gaspare Spatuzza. Un uomo che di stragi ne ha compiute parecchie. L’ultima doveva essere all’inizio del 1994: un’autobomba imbottita di tritolo e tondini di ferro per massacrare i carabinieri del servizio d’ordine fuori dallo stadio Olimpico. A ordinargliela è il suo capo, Giuseppe Graviano, nello stesso incontro la bar Doney di Roma in cui gli fa il nome di Berlusconi (“quello di Canale 5”) e di Dell’Utri (“il nostro compaesano”),  sottolineando che grazie a loro “si erano messi il Paese nelle mani”. Secondo Graviano, la strage all’Olimpico doveva essere “il colpo di grazia”: sarà sospesa per un guasto al telecomando del detonatore e poi definitivamente annullata. Il motivo? Nel frattempo, il 27 gennaio, i Graviano vengono arrestati. Meno di ventiquattro ore prima, invece, Berlusconi aveva ufficializzato il suo ingresso in politica. Da quel momento finiscono le stragi. All’improvviso, come per magia, Cosa nostra smette di mettere le bombe, di fare la guerra allo Stato, di destabilizzare il Paese. I boss e i picciotti – lo dicono diverse sentenze – si mettono a fare campagna elettorale per Forza Italia che poco dopo stravince le elezioni. È nata la Seconda Repubblica. Ed è nata affondando le sue radici nel sangue. Se sia solo una coincidenza o ci sia stato un motivo preciso è solo l’ennesimo interrogativo al quale può rispondere questo processo.
FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/18/trattativa-i-giudici-in-camera-di-consiglio-storia-del-processo-sul-patto-tra-stato-e-mafia-tra-accuse-polemiche-e-misteri/4281455/

Mafia, 21 fermi a Trapani: colpita la rete dei pizzini di Matteo Messina Denaro.

L'indagine Anno zero della Dda di Palermo ha portato in carcere boss, fiancheggiatori e due cognati del super-latitante. Gli inquirenti hanno individuato il metodo con il quale il capo di Cosa Nostra, nascosto dal 1993, dava gli ordini agli affiliati. Le intercettazioni: "E' come Padre Pio". Poi le parole su Giuseppe Di Matteo e gli insulti al padre Santino: "Perché non ha ritrattato?". La scoperta: "Era in Calabria"





Per loro è “come un santo, come Padre Pio“. Così parla uno dei mafiosi fermati nell’operazione che ha colpito la rete di relazioni, criminali ed economiche, legate a Matteo Messina Denaro, il super-latitante di Cosa Nostra. È una delle intercettazionicaptate dalle microspie della Direzione distrettuale antimafia di Palermo nell’ambito dell’indagine Anno zero. L’inchiesta che ha portato al fermo di 21 tra boss e fiancheggiatori di Messina Denaro, e ha consentito di individuare la rete di smistamento dei pizzini con i quali il capo di Cosa Nostra latitante dal 1993 dava gli ordini agli affiliati. Ascoltando le conversazioni tra i fermati si sentono le frasi su Giuseppe Di Matteo – “Bimbo sciolto nell’acido? Ha fatto bene” – e si scopre che Messina Denaro “era in Calabria ed è tornato”.
Ci sono anche due cognati del boss tra le persone finite in carcere nell’operazione eseguita all’alba nel Trapanese da Carabinieri, Polizia e Direzione investigativa antimafia. Si tratta di Gaspare Como e Rosario Allegra, i mariti di Bice e Giovanna Messina Denaro. Secondo gli inquirenti, sono stati proprio loro a organizzare la latitanza di Messina Denaro cominciata 25 anni fa. L’indagine – coordinata dall’aggiunto Paolo Guido e da un nuovo pool di pm: Claudio Camilleri, Gianluca De Leo, Francesca Dessì, Geri Ferrara, Carlo Marzella e Alessia Sinatra – ha confermato sia il ruolo di vertice del boss sulla provincia di Trapani, sia quello delcognato, reggente del mandamento di Castelvetrano in seguito all’arresto di altri familiari. Pedinamenti, appostamenti e intercettazioni hanno ribadito come Cosa nostra eserciti un controllo capillare del territorio e ricorra sistematicamente alle intimidazioni per infiltrare il tessuto economico e sociale. 

Messina Denaro “era in Calabria” – Uno degli arrestati in una conversazione intercettata rivela che Messina Denaro “era in Calabria ed è tornato”. Chi parla aggiunge che il padrino di Castelvetrano avrebbe incontrato “cristiani” (persone). Sono in due a parlare, commentano il contenuto di un pizzino in cui ci sarebbero state scritte le decisioni del latitante su alcuni temi. Il biglietto non è stato trovato dagli inquirenti che intercettavano il dialogo: Messina Denaro ha ordinato ai suoi di distruggeresempre i pizzini. “Nel bigliettino è scritto lo vedi? Questo scrive cosa ha deciso, quello ha detto“. Dalla conversazione viene fuori che la madre di Messina Denaro si lamenta dell’assenza del figlio. “La madre di Matteo… che lui non scrive si lamenta, lui deve scrivere… vorrei vedere a te. Non gli interessa niente di nessuno”.

Le frasi sull’omicidio Di Matteo – Altra intercettazione, altro argomento. Gli intercettati parlano della vicenda del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, rapito, tenuto sotto sequestro per 779 giorni, ucciso e sciolto nell’acido nel 1996 per indurre il padre a ritrattare. La conversazione è del 19 novembre del 2017. “Allora ha sciolto a quello nell’acido, non ha fatto bene? Ha fatto bene“. Dice uno dei mafiosi poi fermati dalla Dda di Palermo. “Se la stirpe è quella… suo padre perché ha cantato?”, gli dà corda l’interlocutore. E il primo continua, esaltando la decisione di uccidere il bambino di 15 anni come giusta ritorsione rispetto al pentimento del padre, colpevole ai loro occhi di avere danneggiato Cosa nostra. “Ha rovinato mezza Palermo quello… allora perfetto“.
“Il bambino è giusto che non si tocca – aggiunge l’altro – però aspetta un minuto… perché se no a due giorni lo poteva sciogliere… settecento giorni sono due anni… tu perché non ritrattavi tutte cose? Se tenevi a tuo figlio, allora sei tu che non ci tenevi”. “Giusto! perfetto!… e allora… fuori dai coglioni – risponde ancora il primo – ricordati che una persona la puoi ammazzare una volta, ma la puoi far soffrire un mare di volte“.

Il boss “come Padre Pio” – “Vedi, una statua gli devono fare… una statua… una statua allo zio Ciccio che vale. Padre Pio ci devono mettere allo zio Ciccio e a quello accanto… Quelli sono i Santi”. E’ la conversazione tra due affiliati: così idolatrano Messina Denaro e il padre Francesco, capomafia di Castelvetrano morto nel 1998. Poi il paragone tra il boss super-latitante e la classe politica: “Voialtri tanto mangiate. State facendo diventare un paese… l’Italia è uno stivale pieno di merda… uno stivale pieno di merda… le persone sono scontente, questo voi fate, e glielo posso dire? Arrestami… che minchia vuoi?”.
Le accuse nei confronti dei 21 indagati sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, detenzione di armi e intestazione fittizia di beni. Tutti reati aggravati dalle modalità mafiose. Sono ritenuti affiliati alle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna

venerdì 6 aprile 2018

Lo sbadiglio potrebbe servire a mantenere la corretta temperatura del cervello. Oppure a comunicare agli altri che è ora di andare a dormire.

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L’ipotesi più recente è che sbadigliare serva a regolare la temperatura del cervello. Lo sostiene Andrew Gallup, psicologo dell’Università statale di New York, che ha osservato la reazione di 160 volontari davanti a una fotografia che ritraeva una persona che sbadiglia, trovando che in inverno si tende a imitare quel gesto meno spesso che in estate.

L’ingresso di aria fredda - sostiene lo psicologo - permette di regolare la temperatura del cervello. A rafforzare l’ipotesi c’è uno studio del 2007, che aveva trovato che se si mette un impacco ghiacciato sulla testa la frequenza degli sbadigli diminuisce.

ANDIAMO A DORMIRE! Non è comunque caduta l’ipotesi secondo cui lo sbadiglio avrebbe anche una funzione sociale: quella di avviare tutti verso il sonno alla sera (per questo sarebbe così contagioso). Esiste persino una popolazione che ha volontariamente rafforzato questa funzione: fra i Bakairi, un gruppo etinico che vive nel cuore del Brasile, uno sbadiglio rituale, che passa da tutti i componenti del gruppo, segna il termine delle conversazioni serali.

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